Domenico Cella, L’oligarchia nei partiti: un destino?
Domenico Cella
L’oligarchia nei partiti: un destino? (Introduzione a Roberto Michels, La democrazia e la legge ferrea dell’oligarchia, Bologna, dicembre 1991)
Perché un testo profano (un classico della sociologia politica) in questa vigilia religiosa? Perché un testo (sulla degenerazione oligarchica delle nostre democrazie) così aspro e talora disperante, proprio quando il nostro cuore è preso dalla speranza di bene, la speranza aperta dall’irruzione nel tempo storico del Dio incarnato?
Guardiamo al testo e al suo autore, rispettandoli nella loro dignità e verità.
Il saggio, del 1909, è una lucida rappresentazione della vicenda della socialdemocrazia tedesca. Rimarginati i guasti prodotti dagli anni della clandestinità durante la repressione antisocialista, la SPD è, all’epoca, una organizzazione potente autofinanziata, centralizzata, con una struttura funzionariale che si estende dal centro alla periferia ed assicura al gruppo dirigente un saldo controllo sul partito.
Il partito è potente ma la sua politica sta arretrando, sino a precipitare, tra poco, nell’appoggio patriottico all’espansionismo bellico dello Stato tedesco.
A differenza dei partiti conservatori (in Germania, allora, a forte base aristocratica), i movimenti di emancipazione sociale, osserva Michels, nascono con motivazioni e soprattutto con reali conformazioni democratiche: la base della loro organizzazione sta nell’eguaglianza di tutti gli associati che godono tutti degli stessi diritti e delle stesse possibilità.
Ben presto tuttavia ogni potere effettivo, anche in questi movimenti, trasmigra nei soli capi, che dall’iniziale posizione servente si rendono indipendenti ed emancipati dagli associati. Gli associati non solo rinunceranno a dirigere di persona gli affari dell’amministrazione. Diventerà loro impossibile anche il solo controllo dell’operato dei capi. Ecco l’oligarchia, gruppo piccolo e chiuso di dirigenti col massimo di discrezionalità rispetto a tutti gli altri nel parlare e fare secondo loro testa ma a nome di tutti gli altri, col massimo di opportunità nel disporre a proprio piacere di tutti gli altri.
Guardiamo agli snodi della tendenza secondo l’analisi di Michels (una tendenza, lo sottolineiamo, che osserva nei partiti democratici, ricavandone un significato ben maggiore rispetto all’analogo svolgimento in un qualsiasi movimento conservatore).
Il processo è avviato dalla formazione di un corpo direttivo di professione. Esso viene acquisendo qualità (esperienza e cultura, migliori condizioni di vita) che lo fanno effettivamente superiore a tutti gli associati e soprattutto lo spingono ad interiorizzare un sentimento di separatezza ed alterità rispetto agli associati.
La destinazione delle risorse dell’organizzazione politica (i finanziamenti, le carriere, ecc.) viene centralizzata. Centralizzazione e professionismo si rafforzano (e si irrigidiscono) reciprocamente. Il corpo direttivo di professione diventa stabile e soprattutto inamovibile. Esso é spesso effettivamente non sostituibile. Può contare sulla indifferenza e talora sulla deferenza delle masse (che nasconde la loro reale inferiorità anche psicologica); ha gli argomenti anche materiali per condurre alla ragione i dissenzienti (sino all’espulsione dall’organizzazione). “Le elezioni dei capi da parte delle masse si compiono con tali metodi, e sotto così forti suggestioni e altre costrizioni morali, che la libertà di decisione delle masse appare in sommo grado limitata. E se ciò non appare sempre dalle elezioni, è però un fatto costante nelle rielezioni “.
Le decisioni importanti prese se non “en petit comité”, sottoponendo ai soci solo il fatto compiuto; gli accordi segreti dei capi tra di loro e l’imposizione del silenzio attorno a tali accordi: ecco i piccoli frutti quotidiani dell’oligarchia su piede formalmente democratico, un sistema in realtà assai prossimo a quello conosciuto nella storia degli Stati come plebiscitario o bonapartistico.
L’oligarchia completa il proprio ciclo scegliendosi da sé i propri successori: un sintomo del passaggio al sistema della monarchia per diritto ereditario.
Quali le conseguenze dell’oligarchia sulla qualità della politica del partito? Nell’ampia gamma delle possibilità discrezionali dell’oligarchia domina, tra tutte, il poter variare, talora impercettibilmente, talora apertamente, i fini originari dell’organizzazione di partito (sino alla loro sostituzione). Nei partiti democratici la trasformazione del mezzo partito (il formarsi dell’oligarchia ne è il segno più eloquente ed efficace) determina inevitabilmente la trasformazione del fine, l’abbandono della trasformazione dello Stato in senso democratico.
E infatti “una tattica energica ed audace ” metterebbe in gioco ” l’esistenza economico-sociale di molti capi e sottocapi di partito” e l’oligarchia si destabilizzerebbe. Di qui il suo bisogno di pace e la serie innumerevole di arretramenti e compromissioni, sino all’amalgamazione del ceto dirigente del partito democratico coi ceti dominanti. Dirimpetto alle masse sole, conclude Michels, il duce da solo, qualunque politica persegua, non soccombe mai.
Se qualche volta vediamo infrangersi l’oligarchia dei duci e le masse sollevarsi e rifiutare obbedienza, dietro questi avvenimenti si cela sempre soltanto la lotta per la conquista del potere fra un gruppo di duci ed un altro. “Ma se i capi si stringono compatti di fronte alle masse, l’esperienza storica ci autorizza a dire che, fino ad oggi, i gruppi oligarchici sono usciti vittoriosi da questi cimenti “.
E’ difficile non riconoscere alla poderosa ricostruzione di Michels una forte aderenza coi tempi che viviamo. A questo riconoscimento non dovrebbero far velo i più ampi spazi di autonomia personale che caratterizzano, rispetto ai suoi, i nostri tempi (spazi che, comunque, rimangono così estranei ed indifferenti alla vicenda politica, spazi sempre suscettibili, vissuti privatamente, vissuti anche solo socialmente, di corrompersi).
Sul terreno proprio della vicenda dei partiti politici, non dovrebbe far velo nemmeno la generale scomparsa di partiti compatti: la conformazione per cordate ostili e turbolente dei partiti contemporanei non smentisce la ricostruzione di Michels e soprattutto non diminuisce la violenza delle relazioni politiche (precisamente, professionismo, centralizzazione, inamovibilità e trasformismo possono benissimo convivere con ceti dirigenti di partito poco coesi, anzi, amalgamandosi insieme, aumentare la gratuità e la volgarità del dominio dell’oligarchia politica). Dovremmo semmai aggiungere, rispetto ad allora, la straordinaria superiorità di risorse a disposizione delle nostre èlites dirigenti per consolidare il proprio potere in faccia agli associati di partito (e, non fa differenza, o ne fa poca, in faccia a tutti i cittadini): Michels parla di superiorità culturale, esperienza degli affari della cosa pubblica, vantaggi materiali per i dirigenti di un partito operaio allora appena tollerato; pensiamo alle possibilità per dirigenti di partiti di governo, negli Stati contemporanei col loro raggio virtualmente illimitato di intervento, in uno Stato con una burocrazia debole e facilmente colonizzabile!
Lo scenario descritto da Michels rimane dunque quello nel quale anche noi ci agitiamo, qualche volta dalla parte dell’oligarchia, qualche volta dalla parte di chi la subisce, qualche volta dalla parte di chi vuole reagirvi ma che, come insegna Michels, corre il rischio di diventare l’ennesimo gruppo di duci in concorrenza con altri.
In questo scenario noi consumiamo una parte non irrilevante della nostra esistenza, delle nostre pulsioni oscure e dei nostri limiti, ma anche delle nostre abilità e, nonostante tutto, della nostra speranza di bene.
Perché abbandonare tutte queste cose a un triste destino umano, a una storia circolare di formiche impazzite che ritornano sempre sui propri passi, ad un inizio disperante sempre eguale? Perché poi scindere la storia, l’unica storia di salvezza? Perché non sentire e vivere anche queste nostre piccole cose sul piede dell’inizio, del Natale che apre realmente un futuro? E poi: davvero, dell’azione delle strutture, dei movimenti e dei partiti politici, delle nostre “regolarità” e delle nostre “irregolarità”, di questo nostro miscuglio di curiosità strumentale verso gli altri ma anche di desiderio di autentica fraternità, nulla, proprio nulla, come impresso nella personalità di ciascuno d noi, meriterà la pienezza della resurrezione?
La nostra vita sarebbe altrimenti disperante. E’ disperante il percorso intellettuale e politico di Michels.
La sua vicenda terrestre lo vede, negli anni tra gli studi universitari e il 1907, sindacalista e militante socialista: ” Ogni partito socialista è per se stesso un partito morale ma “si è solidali solo contro qualcuno”; il gruppo solidale – partito, sindacato, cooperativa – ha una duplice funzione, “essere supremo educatore alla solidarietà parziale” e nello stesso tempo formare “l’ostacolo più formidabile contro la solidarietà generale ed universale “.
Un sogno, che già si infrange contro le divisioni nel seno stesso del proletariato tedesco e le molteplici esperienze concrete di socialismo: “Uno dei pericoli maggiori per il socialismo consiste appunto nell’ipotesi, da non escludere troppo in fretta, che a poco a poco una serie di categorie operaie, grazie sia all’aumento generale della ricchezza sociale che agli energici sforzi che i lavoratori stessi compiono per elevare il proprio tenore di vita, raggiungano uno stadio che in fondo le soddisfi”; ” Avevamo il socialismo di stato, il socialismo municipale dell’acqua e del gas, il socialismo massonico, il socialismo integrale e integralista, e tanti altri, con diversi aggettivi. Ora, ufficialmente difeso dal più grande partito socialista (quello tedesco), abbiamo il socialismo patriottico “.
All’indomani del congresso socialista internazionale di Stoccarda (1907), che sancisce l’impossibile solidarietà operaia sul discrimine dell’internazionalismo antimilitarista, Michels abbandona il partito.
Inizia il periodo del ” sociologo “, dello studioso alla ricerca di leggi sociali generali, a partire da una reinterpretazione della vicenda della socialdemocrazia tedesca come caso cruciale di un fenomeno universale.
Il saggio qui pubblicato anticipa l’opera fondamentale di Michels, “La sociologia del partito politico”. Nei suoi lavori Michels delinea non solo una tendenza, propone una legge sullo sviluppo organico dei partiti politici: “L’evoluzione stessa rende irrisoria ogni misura profilattica che tenda ad ostacolare il formarsi dell’oligarchia. Se vi sono statuti o regolamenti destinati a porre un argine al dominio dei duci, non saranno i duci, ma bensì le leggi a cedere, a poco a poco, il campo”.
Insomma, è ipotecato il presente e soprattutto è ipotecato il futuro.
La parabola di Michels si conclude con l’adesione, nel 1928, al fascismo (in quell’anno è chiamato alla cattedra di economia generale e corporativa alla facoltà di Scienze politiche di Perugia, una delle tre costituite dal fascismo per formare la nuova classe dirigente del regime).
Quasi cinico l’adattamento della “legge ferrea dell’oligarchia ” alla mutata situazione: alla mera apparenza democratica dell’oligarchia negli stati rappresentativi è possibile ed anzi desiderabile contrapporre un dominio monopolistico (più) “franco, chiaro, concreto, diretto”. Ritorsione estrema dell’intellettuale ad un esito della storia così diverso da quello inizialmente programmato? Non tollerabilità del limite?
Secondo alcuni l’approdo intellettuale e politico al fascismo sarebbe stato influenzato dalla scarsa attenzione di Michels alle specifiche determinazioni sociali costitutive dell’élite politica. Negli studi sulla socialdemocrazia tedesca egli avrebbe in fondo confuso il problema della democrazia nel partito (secondario, ed anzi mal posto) con quello (decisivo) della democrazia entro i rapporti di dominio economico.
Allo studioso che, credendo di svelare la natura di dominio persino del ceto dirigente operaio, alla pari dei partiti borghesi liberal-democratici, non sarebbe rimasta altra strada che l’adesione al regime borghese meno mistificante, quello fascista.
E infatti: “Le questioni di democrazia e di oligarchia hanno un significato preciso che è loro dato dalla differenza di classe tra capi e gregari. La questione diventa politica, acquista un valore reale cioè e non più solo di schematismo sociologico, quando nell’organizzazione c’è scissione di classe. Ciò è avvenuto nei sindacati e nei partiti socialdemocratici. Se non c’è differenza di classe la questione diventa puramente tecnica (l’orchestra non crede che il direttore sia un padrone oligarchico), di divisione del lavoro e di educazione”. E ancora: “Altra è la democrazia nel partito e altra è la democrazia nello Stato: per conquistare la democrazia nello Stato può essere necessario (anzi è quasi sempre necessario) un partito fortemente accentrato” (Gramsci).
Non seguiremo questi ragionamenti (all’origine di una grande tragedia). Da Michels noi traiamo piuttosto la lezione che ogni organizzazione partitica non solo non rispecchia meccanicamente, nella sua organizzazione e nella sua politica, il sistema delle diseguaglianze societarie, non solo che essa può essere un formidabile produttore di diseguaglianze al proprio interno, ma anche che può, nel suo insieme, presentare al saldo della storia l’ennesima incompressa diseguaglianza.
Dipende dalle funzioni, dalle caratteristiche strutturali, dai processi interni dei singoli partiti (forse più che dalle caratteristiche dei sistemi politici, che adattiamo, talora disinvoltamente, alla nostra misura).
Conviene guardare alle cause profonde addotte da Michels per spiegare la formazione dell’oligarchia (e soprattutto per affermare, più che una tendenza, più che una legge tendenziale, nella quale trovare dei varchi, esercitare una nostra motivata speranza, una legge ferrea, un triste destino).
L’organizzazione, l’organizzazione basata sul principio del minimo mezzo, sostiene Michels, è l’arma naturale concessa ai deboli nella lotta contro i forti. Che vuol dire minimo mezzo, maggior risparmio possibile d’energia per gli associati a un partito politico? Vuol dire crescente divisione del lavoro, nella quale ad alcuni in particolare sono affidate le funzioni più ricche dell’organizzazione politica e inevitabilmente i relativi poteri, e a tutti gli altri risparmiata, per essere semplici spettatori, la fatica di fare politica.
La divisione del lavoro conduce inevitabilmente alla delega. Alla crescita della divisione del lavoro corrisponde un depotenziamento progressivo della volontà delegante, sino al totale annullamento di sé. E’ difficile dar torto, in questo, a Michels (molto più incerta, anzi da molti studiosi contraddetta, l’influenza determinante della crescita di dimensione dell’organizzazione politica sul livello di complessità interna).
Eppure, per tutto quello che abbiamo imparato vivendo intensamente in un partito politico, anche il grado, le modalità e gli effetti della divisione del lavoro nei partiti possono essere controllati, se lo si vuole, se esistono interessi e sensibilità diffuse che lo richiedono. Si può influire a monte, per esempio diffondendo nella comunità (nella società e nei partiti) le conoscenze, le competenze e le abilità che fanno un buon politico (per evitare l’indispensabilità di quelli in carica).
Si può diversamente programmare la stessa complessità interna dell’organizzazione di partito, per esempio rafforzando gli ambiti di servizio e di proposta alla discussione dei soci e dei cittadini interessati rispetto a quelli della pura decisione e della gestione della decisione. Si può “non lasciar troppo a lungo le stesse persone in una posizione di autorità” ed impedire che esse acquistino la ” convinzione di non poter essere che loro gli eletti del popolo “.
Si può fare, insomma, l’organizzazione politica che non risparmia partecipazione e risorse per la partecipazione politica.
E se un’ulteriore lezione vogliamo cogliere sia pure indirettamente da Michels, è che la società dell’opulenza può e deve ben permetterselo, facendo tesoro della (ma noi vorremmo dire soprattutto partecipando intimamente alla) dolorosa esperienza dei “deboli” e dei poveri del tempo di Michels.
Lasciamolo ora riposare in pace; oltretutto, negli ultimi anni della sua vita, ebbe il coraggio del distacco ed anzi dell’opposizione al fascismo apertamente bellico ed espansionista, un ritorno alle buone origini. Noi affrettiamo nella speranza il nostro cammino. Non c’è forse qualcuno che scruta i nostri passi lungo l’impervio sentiero, si duole delle nostre cadute come di una sua caduta, ci tende la mano e ci aiuta a rialzarci?
Contenuto proveniente dall’archivio del sito storico dell’Istituto De Gasperi.