Monica Campagnoli, Controdemocrazia e società civile: intervista a Pierluigi Castagnetti
Monica Campagnoli
Controdemocrazia e società civile, nuove sfide per la politica del XXI secolo
(Intervista a Pierluigi Castagnetti, vice Presidente della Camera dei deputati, www.andareoltre.org, n. 2 -2007)
Pierluigi Castagnetti, classe 1945, laurea in Scienze Politiche, già deputato ed euro-parlamentare, attualmente vice presidente della Camera dei deputati. Castagnetti, reggiano più che emiliano, è uno di quegli uomini che coniugano un forte senso pratico ad una costante tensione ideale, e d’altro canto non potrebbe essere diversamente per un politico cresciuto alla scuola di don Giuseppe Dossetti.
Oggetto dell’intervista è il saggio del politologo francese Pierre Rosanvallon (La contre-démocratie. La politique à l’âge de la défiance, Paris, Seuil, 2006), ed in particolare il concetto da lui introdotto: quello di ‘controdemocrazia’ intesa come il progressivo (ri)organizzarsi della società civile allo scopo di superare i partiti politici organizzandosi autonomamente e trasformandosi in una sorta di nuovo modello di classe dirigente.
Onorevole Castagnetti, lei considera questo fenomeno come una evoluzione naturale o ritiene piuttosto che vada intesa come una forma di sfiducia nel parlamentarismo e nella gestione delle istituzioni da parte dei politici di professione?
«Se l’allontanamento della società civile dalla politica italiana ha raggiunto il suo punto più alto subito dopo Tangentopoli anche l’esperienza di governo di centrodestra ha contribuito fortemente a mettere in crisi il rapporto tra cittadini e istituzioni. Visto come sono andate le cose in questi ultimi cinque anni, possiamo addirittura leggere la “scesa in campo” di Berlusconi del 1992 come un tentativo di forzare il sistema politico italiano e le sue forme di partecipazione esaltando il ruolo carismatico del leader. Paradossalmente questa deriva populista ha allontanato l’interesse dei cittadini dalla “cosa pubblica” facendo crescere la distanza tra la società e le istituzioni.
A questo si è unita una informazione che ha “distratto” e che ha presentato la classe politica, le istituzioni e le sue regole come dei pesi per la società. Il dibattito parlamentare è divenuto un ostacolo da aggirare. A tutto questo si è aggiunta una politica propagandistica che ha cercato, talvolta con successo, di incrinare la fiducia dei cittadini nello Stato.
Pensiamo in questo senso ai tanti messaggi dell’ultimo quinquennio. A quando è stato detto da un autorevole ministro che la mafia è un fenomeno che è sempre esistito e con cui si deve imparare a convivere. Oppure, a quando lo stesso premier ha consigliato ai cassaintegrati della Fiat di trovarsi un lavoro in nero, oppure a quando ha dichiarato in tutta semplicità che la legge per lui è più uguale che per gli altri, o, infine, a quando dalla sede del Comando Generale della Guardia di Finanza ha affermato che il cittadino è moralmente autorizzato a non pagare le tasse.
Tutto questo non è passato inosservato e la diminuzione della partecipazione all’attività dei partiti è certamente un fatto collegato a questo clima di sfiducia nella classe politica.
Inoltre, in questi ultimi anni abbiamo assistito ad un incremento delle persone che hanno iniziato a fare politica in modo non “tradizionale”. E’ aumentato l’impegno nel terzo settore, nelle associazioni di volontariato e questo è avvenuto soprattutto tra i giovani. Ne è nato un nuovo modo di partecipazione e di fare politica che è sfociato nella grande partecipazione alle primarie dell’Unione, e, più recentemente, nell’inaspettata partecipazione al referendum costituzionale.
Nei partiti ancora non si vede la piena capacità di raccogliere e di aprirsi a queste nuove istanze e questo ci deve far riflettere, soprattutto in questa fase in cui stiamo mettendo le fondamenta di quello che sarà il futuro partito democratico italiano. Un nuovo soggetto che dovrà saper accogliere queste nuove istanze e domande di partecipazione».
Il Parlamento, inteso come il centro legittimante dalla tradizione politica liberale di fine Ottocento, sarà capace di adeguarsi alle grandi trasformazioni in corso e, soprattutto, le sembra che il dibattito parlamentare abbia già recepito i temi che caratterizzano questo inizio di XXI secolo?
«I parlamenti sono già oggi molto diversi rispetto a quelli della fine dell’Ottocento. E’ cambiata profondamente la società e, di conseguenza, le sue forme di rappresentanza. La novità di questo ultimo decennio è senza dubbio il proliferare dei poteri, locali e sovrastatali – organizzazioni internazionali, istituzioni europee, autorità indipendenti, regioni – che con la loro azione, legittima, erodono dall’alto e dal basso le funzioni del parlamento.
Oggi più di allora, per usare una nota espressione di Hegel il Parlamento deve essere il “porticato tra lo Stato e la società civile”. Un “Porticato” e non più un “palazzo” del potere. Il parlamento deve essere sempre di più il luogo dove le grandi questioni su cui si interroga la società trovano ascolto. E lo si nota dal fatto che sempre più nel dibattito parlamentare sono entrati i temi della bioetica, del terrorismo, della globalizzazione».
Onorevole Castagnetti, secondo lei c’è una riforma che, in questo momento, potrebbe agevolare un migliore funzionamento dell’istituzione Parlamento in Italia?
«Per migliorare il funzionamento del Parlamento italiano non servono grandi riforme. Semplici applicazioni di norme già presenti nel regolamento e mai utilizzate possono consentirci di lavorare in maniera più efficace. Il modello è sicuramente quello del Parlamento europeo dove il calendario dei lavori è fissato ogni anno su proposta della conferenza dei presidenti dei gruppi parlamentari, in modo da poter programmare su tempi più lunghi, ed escludere le sovrapposizioni temporali tra le riunioni delle commissioni e le sedute dell’aula.
Dovremo ragionare anche sulla posizione del Governo in Parlamento, che è ancora troppo debole rispetto all’organizzazione dei lavori ed alla possibilità di prendere decisioni rapide. Dobbiamo assicurare al Governo tutti gli strumenti necessari per consentirgli di dare attuazione al suo programma e all’opposizione riconoscere il diritto a tempi e spazi certi per svolgere la sua funzione di critica e controllo attraverso un vero e proprio statuto dell’opposizione».
Contenuto proveniente dall’archivio del sito storico dell’Istituto De Gasperi.